Alessia Davì

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Aria Acqua Terra Fuoco

C’era una volta… e c’è ancora… la ceramica

Da quando, due anni fa, ho scoperto l’argilla, non l’ho più abbandonata. Ho avuto la fortuna di trovare un’insegnante che non è solo una brava ceramista, ma anche un’ottima maestra, e la sua passione è stata contagiosa. Non so se passione sia la parola giusta per esprimere ciò che mi lega a questo materiale, quello che so è che toccarla, modellarla, vederla trasformarsi e prendere forma tra le mani, ha fatto vibrare qualche corda profonda. Attraverso essa sono tornata ad usare le mani, scoprendo quanto sapere, quanta tecnica ed esperienza ci siano dentro il lavoro manuale. Un sapere che si trasmette e si acquisisce a partire dalla pratica e non viceversa.

“Sono convinto che il sapere non si ottiene accumulando pezzettini di carta, ma implica una continua messa in discussione di chi si è, e di cosa si fa.” (Enzo Mari)

Ho scoperto che centrare l’argilla sul tornio è anche un esercizio per centrare sè stessi. Modellare l’argilla perché acquisti la forma desiderata, significa trovare l’equilibrio tra la forza necessaria a plasmarla e la capacità di rispettarla, sentirla e lasciare che ci plasmi un po’ a sua volta. Magia dell’argilla è la sua malleabilità, le infinite forme che contiene in sè e che non devono essere solo imposte, ma cercate, rivelate, lasciate emergere dall’argilla e da sè stessi.

Aria Acqua Terra Fuoco…

L’argilla nasce dall’impasto di terra e acqua, che la rende plasmabile, e attraverso aria e fuoco si trasforma in un materiale simile alla pietra per durezza. Questa sua caratteristica è una delle magie dell’argilla, e il grès, più di tutti gli altri tipi di argilla, possiede questa qualità. Tutto questo mi ha affascinata e costituisce una continua sperimentazione, in cui i risultati non sono mai del tutto prevedibili. Per questo prediligo forme il più possibile spontanee e naturali, in cui l’imperfezione non è un “difetto di fabbricazione”, ma una caratteristica peculiare, un segno, impresso nella materia.

Ho cominciato con oggetti di uso quotidiano e, grazie alla mia insegnante, ho scoperto il grès, un tipo di ceramica dura che cuoce ad alte temperature (1200-1300 °C), e gli smalti a basi di cenere, caratterizzati da tonalità di colore molto naturali.

Creo per il piacere di farlo, per la gioia e la soddisfazione che procura, per un’esigenza personale di dedicarmi ad un’attività manuale, per appropriarmi di un sapere che non sia solo astratto e concettuale, ma un “saper fare”, per riprendere contatto con me stessa attraverso il contatto con la terra. L’utilità di questi oggetti è anche un mezzo per mantenere vivo e riscoprire un tipo di produzione che passa dalle mani e che fa parte della natura profonda e antica dell’uomo. Per me l’oggetto fatto a mano contiene e trasmette il valore del lavoro inteso come attività che da significato e senso al fare umano. Il fatto che sia un oggetto creato per essere usato quotidianamente, chiude perfettamente il cerchio, dalle mani che l’hanno fatto a quelle che lo usano.

“Producendo le cose semplici che servono alle necessità della vita, si è più felici….” (Enzo Mari)

Spero di essere riuscita, almeno in piccola parte, a comunicare il senso del fare a mano. Penso che sia il fare, attraverso il pensiero, il contatto con la materia e l’azione forgiatrice, sia l’oggetto in sé, grazie al suo uso quotidiano, ci ricordino qual è la nostra natura autentica, e ci riconnettano ad essa.

 

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